lunedì 21 aprile 2008

A Genova denunciato perchè scriveva: «Morte al Papa»

Corriere della Sera 21.4.08
In un piccolo istituto medio di Pieve Ligure. A Genova denunciato il figlio di un ex assessore prc. Scriveva: «Morte al Papa»
Arriva il capo dei vescovi, rivolta a scuola
No a Bagnasco di alcuni genitori e insegnanti. La preside: attività alternative per chi non lo ascolta
di Erika Dellacasa

La protesta accompagnata da un documento scaricato dal sito Internet dell'Unione atei e agnostici razionalisti

GENOVA — L'arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco prepara una visita nella scuola media di Pieve Ligure, un piccolo comune del Golfo Paradiso, e scoppia un caso. La visita in orario di lezione, domani, non è piaciuta ad alcuni genitori (tre dichiarati, altri defilati) che hanno protestato in nome della laicità della scuola pubblica. Richieste di chiarimenti alla preside, Vanda Roveda, una lettera riservata diventata pubblica, una professoressa che solleva obiezioni, in breve tutto il paese ne parla. La lettera arrivata sul tavolo del consiglio di istituto, che ha poi approvato la visita con un solo astenuto, aveva allegato un testo scaricato dal sito dell'Unione atei e agnostici razionalisti. Il testo definisce le visite confessionali nelle scuole: «La legge non consente — scrive la Uaar — che nelle scuole pubbliche statali il normale svolgimento delle lezioni venga modificato per celebrazioni di carattere confessionale ». Gli atei e agnostici consigliano di diffidare la scuola e rivolgersi al Tribunale civile. «Volevamo solo documentare la giurisprudenza in materia — spiega Carla Scarsi, mamma di uno studente — ma soprattutto volevamo chiedere informazioni e ricordare che ci sono regole. Due mesi fa era stata annunciata la proiezione alle elementari di un video sui volontari nelle missioni in Africa. Poi sono venuti in classe dei militari in divisa e hanno proiettato un video con i marines che si paracadutavano ».
Cosa farà a scuola il cardinale Bagnasco? «Non è una visita confessionale — spiega la preside —, non c'è alcun momento di liturgia, niente messe, niente preghiere collettive, è solo un saluto». Ma la situazione ha imposto una nuova organizzazione: «Nessuno è obbligato a partecipare — dice la preside —. I ragazzi che non fanno l'ora di religione avranno a disposizione un'attività alternativa durante la visita. Se qualche professore lo preferisce potrà fare lezione». Quello che la preoccupa, ora, è la scorta di Bagnasco: «Spero che rimangano fuori dalla scuola». Un micro-caso Sapienza? «Ma quale Sapienza — dice don Grilli, vicario del Levante —. Rispetto l'opinione di tutti ma chi contesta è una infinitesima minoranza che non ha capito lo spirito di una visita di cortesia. Non c'è nessuna volontà di ingerenza della Chiesa. Certi atteggiamenti sono frutto di un integralismo laicista. A scuola ci vanno i calciatori e non ci può andare il vescovo? ». Il cardinale Bagnasco ieri era a Roma. «Gli ho spiegato la situazione per telefono — dice don Grilli — e ne ha sorriso con me». Quindi verrà? «Sicuro, sereno come sempre. I problemi sono altri«. Bagnasco è sempre sotto scorta e le misure di sicurezza in attesa della visita del Papa a Genova il 17 maggio sono aumentate. Due giorni fa sono stati denunciati due ragazzi di 17 e 24 anni che scrivevano su un muro «Morte al papa», uno è il figlio di un ex assessore comunale di Rifondazione. Gli Atei e Agnostici preparano uno «sbattezzo » collettivo (la richiesta di essere cancellati dagli elenchi parrocchiali) e manifesti per illustrare «quanto ci costa la Chiesa e questa visita papale». Chi si dichiara esterrefatto per l'arrivo della Digos sono i quaranta curdi riuniti in un ostello a Savona: «Siamo qui per un incontro culturale. Del Papa non sapevamo nulla».

domenica 20 aprile 2008

Ratzinger in America: Bush, Papa e famiglia

Ratzinger in America: Bush, Papa e famiglia

di Matteo Bosco Bortolaso

Il Manifesto del 17/04/2008

Tra il pontefice e il presidente Usa, che lo ha accolto ieri in pompa magna, intesa contro aborto e staminali. Ma non su Iraq, Cuba, e pena di morte

Il presidente degli Stati uniti George W. Bush e Papa Benedetto XVI sono uniti nella lotta alla «dittatura del relativismo» e nella difesa della «vita, il matrimonio e la famiglia». Divisi - anche se con molte sfumature diplomatiche - sui modi di condurre la lotta al terrorismo.
È questo uno dei primi dati politici che emerge dalla visita di Joseph Ratzinger negli Stati uniti. Accogliendo il pontefice alla Casa Bianca, Bush ha dichiarato che gli Usa sono «uno dei Paesi più innovativi, creativi e dinamici sulla terra, ma anche tra i più religiosi». Il presidente ha detto al Papa che gli Usa hanno «bisogno» del suo messaggio di rifiuto della dittatura del relativismo, e accolgono «la cultura della giustizia e della verità». Il pontefice ha ricambiato dicendo di essere venuto negli States «come amico».
Dopo i colloqui privati nell'ufficio ovale, la Santa Sede e l'amministrazione Bush hanno preparato un comunicato congiunto in cui sottolineano l'importanza di alcune tematiche come «la difesa e la promozione della vita, il matrimonio e la famiglia» o «il rifiuto totale del terrorismo, così come della manipolazione della religione per giustificare atti immorali e violenti contro gli innocenti». È interessante leggere un altro passo del comunicato congiunto: durante i colloqui, Bush e Benedetto XVI «si sono soffermati sulla necessità di affrontare il terrorismo con mezzi appropriati che rispettino la persona umana e i suoi diritti». Fuori dal morbido linguaggio della diplomazia, la frase potrebbe alludere a una preoccupazione vaticana per il caso di Abu Ghraib e delle torture inflitte ai membri di al Qaeda, in aperta violazione di quei diritti umani che il pontefice difende e difenderà venerdì, nello storico discorso che pronuncerà alle Nazioni Unite.
Quella del papa tedesco è soltanto la seconda visita di un pontefice alla Casa Bianca: la prima risale a quasi trent'anni fa. Non era mai accaduto che un presidente andasse all'aeroporto ad accogliere il Papa, come ha fatto Bush.
L'incontro dei due leader è stato un momento storico davvero in pompa magna, come di rado si è visto persino nei riguardi delle teste coronate che visitano gli Usa. I lampioni attorno alla residenza presidenziale erano stati addobbati con i colori bianco, rosso e blu della bandiera degli Stati uniti e bianco e giallo del vessillo vaticano. Più di 9 mila persone hanno cantato «happy birthday» al Papa, che compiva 81 anni, prima in maniera spontanea, all'entrata, poi, più formalmente, all'uscita. Boy scout e cavalieri di Colombo hanno riempito le strade di Downtown Washington. Qualche rappresentante della comunità ispanica - che costituisce una fetta importante del cattolicesimo negli Stati uniti - ha gridato «Viva el Papa». Qualcun altro aveva disegnato una torta di cioccolato, con un 81 sopra, su un manifesto. Una torta vera - multipiano - era stata preparata nella sala blu della Casa Bianca. Ieri sera, poi, è stata preparata una cena in onore del pontefice, che però non ha partecipato. La East Room si è comunque riempita di cibo bavarese, in onore del pastore di origini tedesche. Benedetto XVI ha ringraziato i fedeli a stelle e strisce con un vigoroso «God Bless America» a conclusione del suo intervento.
Tutto liscio tra Bush e Benedetto? Ieri, la stampa americana spiegava che i due avevano opinioni simili - e negative - su aborto, matrimonio omosessuale e cellule staminali.
Divergenti, invece, le idee su Iraq, embargo cubano e pena di morte. In effetti però, il comunicato ufficiale, dopo un accenno al Libano, allude solo a una generica e «comune preoccupazione per la situazione in Iraq, in particolare per lo stato precario delle comunità crisitane lì e altrove nella regione».
Un altro argomento atteso in Usa riguardava lo scandalo dei preti pedofili. Già sull'aereo papale, Benedetto XVI aveva detto di «vergognarsi profondamente» per quello che è successo.

mercoledì 16 aprile 2008

Onu la battaglia della Chiesa contro i diritti umani

Onu la battaglia della Chiesa contro i diritti umani

Liberazione del 16 aprile 2008, pag. 12

di Elena Biagini
Ratzinger, sbarcato ieri negli Stati Uniti, parlerà venerdì all'Assemblea generale dell'Onu, e il suo discorso - il quarto pronunciato da un pontefice nel Palazzo di Vetro - verterà, secondo le parole del cardinale Bertone, «sul riconoscimento del ruolo delle Nazioni Unite - e, al contempo - sull'unità e l'indivisibilità dei diritti umani fondamentali, che affondano le loro radici nella natura dell'uomo creato ad immagine di Dio». Ratzinger stesso di recente ha dichiarato: «La Chiesa Cattolica si impegna affinché i diritti dell'uomo siano non solamente proclamati, ma applicati. La Santa Sede non si stancherà di riaffermare tali principi e tali diritti fondati su ciò che è permanente ed essenziale alla persona umana».
Nella realtà storica degli ultimi venti anni, al contrario, è proprio sull'espunzione di ciò che la chiesa cattolica non ritiene evidentemente "essenziale alla persona umana" che si è qualificata l'azione vaticana alle Nazioni Unite, un'azione di forte ostacolo all'applicazione dei diritti umani, in specifico dei diritti di genere.
Sen e Onufer Correa, (Coordinatrici delle Ricerche Dawn su globalizzazione e diritti sessuali e riproduttivi) hanno sottolineato come all'inizio del XXI secolo le femministe che hanno tentato di legare su base globale, nazionale e locale la giustizia di genere alla giustizia economica si sono trovate davanti a due sfide concatenate: da una parte la globalizzazione neoliberista dà luogo a crescenti disuguaglianze di ricchezza e reddito, dall'altra almeno una delle reazioni alla globalizzazione «consiste nel rafforzamento di identità nazionali, religiose, etniche o di altro tipo, attraverso l'affermazione dei ruoli di genere e sistemi d'autorità e controllo "tradizionali"».
Negli anni '90 sono state un terreno fertile per il sorgere di tali tensioni, e quindi teatro di scontro tra femministe e tradizionalisti, le conferenze Onu: da quella di Rio del '92 su Ambiente e sviluppo alla conferenza sull'Habitat tenutasi a Istanbul nel 1996, passando per l'evento in questo senso più significativo, cioè la quarta conferenza sulle Donne (Pechino 1995). In tutti gli incontri è emerso il conflitto Sud-Nord, rispetto al quale l'egemonia politica instaurata dalla montante ideologia neoliberista, imposta da Wto, Fmi e Banca mondiale, ha determinato uno strapotere dei governi del Nord del mondo. In questo clima il fronte conservatore (alcuni stati, tra cui il Vaticano, e numerose Ong, in particolare organizzazioni antiaboriste nordamericane tra cui spicca la cattolica Human Life International) ha lavorato tra i paesi più poveri per ampliare l'opposizione ad un'agenda sui diritti delle donne cercando di qualificarsi come baluardo del Sud del mondo. Il Vaticano fin dal 1992 fa dichiarazioni contro le disuguaglianze Sud-Nord ma alla Conferenza di Vienna sui diritti umani, nel 1993, chiarisce già in modo esplicito che il suo obiettivo prioritario è non far riconoscere i diritti di genere come diritti umani. Il primo vero terreno di scontro è la conferenza su Popolazione e sviluppo (Il Cairo 1994) dove il Vaticano risponde all'allarme sulla "bomba demografica" con la riproposizione di una politica pronatalista, accusa i paesi occidentali di mentire sull'analisi demografica per meglio pianificare la limitazione delle nascite e cerca di mobilitare i paesi del terzo mondo contro quello che Wojtyla definisce «l'imperialismo contraccettivo dei paesi ricchi». Wojtyla lavora per ottenere il consenso dei paesi islamici prima e di alcuni paesi sudamericani poi. Nella risoluzione finale della Conferenza un emendamento sancisce che le raccomandazioni elaborate saranno applicate non solo nel rispetto delle sovranità nazionali, ma anche dei differenti «valori religiosi ed etici». A Il Cairo, quindi, prende corpo la strategia vaticana perseguita in seguito a Pechino e Pechino + 5, (Riesame dello stato dell'opera a 5 anni dalla Conferenza): opporsi all'inserimento tra i diritti umani del diritto alla salute in un'interpretazione che includa anche il diritto a una libera sessualità, alla contraccezione, all'aborto legale quindi sicuro, a una maternità libera. Il teatro più imponente dello scontro è la conferenza mondiale sulle Donne di Pechino dove è grandissima la presenza di gruppi femministi e lesbici (soprattutto nel parallelo Forum delle ong di Huairou) ma anche il dispiegamento del fronte tradizionalista: Vaticano, paesi islamici e gruppi pro-life. L'oggetto polemico dei tradizionalisti è il termine genere ( gender ) che contiene una distinzione tra naturale e biologico - quindi immutabile - e socialmente e culturalmente costruito - quindi modificabile. Si richiede ufficialmente che nei documenti ufficiali usciti dalle conferenze preparatorie il termine gender venga posto tra parentesi in tutti i suoi usi (prospettiva di genere, analisi di genere, ruoli di genere…) per poi metterlo nuovamente in discussione, in quanto la teoria del genere decostruisce la naturalità della ruolizzazione tra donne e uomini. Da questo momento divengono nemiche prioritarie del Vaticano Adrienne Rich e il suo saggio Eterosessualità obbligata e esistenza lesbica , Judith Butler autrice di Scambi di genere , ma anche altre ricercatrici di gender studies ed esponenti del "femminismo di genere" quali Anne Falsto-Sterling, Kate Bornstein, Susan Okin Shulamith Fireston e Nancy Chodorow per le sue analisi sulla costruzione culturale e sociale della divisione del lavoro tra donne e uomini. Wojtyla cerca di mascherare il tenore dell'intervento vaticano a Pechino attraverso la lettera apostolica alle donne (10 luglio 1995) in cui insiste su uguaglianza, dignità e diritti identificando però «il valore della femminilità nel cuore della propria famiglia». Parla anche di violenza e di riconoscimento del ruolo pubblico delle donne ma ribadisce la «protezione di ogni vita umana, a ogni stadio del suo sviluppo e in ogni situazione». Nel frattempo Navarro Valls, membro della delegazione vaticana a Pechino, si oppone al concetto di gender e quanto connesso. In conclusione il fronte tradizionalista ottiene che non venga esplicitata una definizione di gender ma a Pechino esce comunque la Piattaforma d'azione, il testo sulle politiche di genere più rilevante in ambito Onu che contiene l'affermazione della aspirazione a «guardare il mondo con occhi di donna» e la proclamazione che «i diritti delle donne sono diritti umani». Le parole chiave della conferenza, "punto di vista di genere", "empowerment", "mainstreaming", sono entrate negli anni seguenti, seppur con risultati alterni, nel dibattito dei governi. Infatti, dopo Pechino, l'obiettivo del Vaticano diviene cancellare o almeno affievolire l'Agenda di genere.
Fra marzo e luglio del 1999 si tengono tre delle revisioni "+ 5" (bilanci a distanza di 5 anni) delle Conferenze degli anni ‘90 nelle quali spesso si giunge a punti morti. Le ragioni dello stallo sono due: il crescente divario economico fra Sud e Nord e la difficoltà di raggiungere il consenso su temi riguardanti il genere. L'Agenda di Pechino, infatti, esce attenuata, almeno in parte, dal Riesame (New York 2000). In questa occasione le femministe si ritrovano a difendere le conquiste di Pechino. Le forze conservatrici non governative, soprattutto della destra religiosa del Nord America, partecipano in gran numero e lavorano con una manciata di paesi e con il Vaticano. La Dichiarazione politica firmata a 5 anni da Pechino ne riafferma la Piattaforma ma le forze conservatrici hanno indebolito le proposte d'azione che i governi dovrebbero intraprendere per attuarla, aggiungendo nel documento frasi quali «laddove appropriato», o dicendo che le parti dovrebbero «prendere in considerazione» determinate azioni, piuttosto che invitare direttamente all'azione. Il risultato finale è una messa in discussione dell'universalità dei diritti umani visto che i governi possono negarli alle donne in base a fondamenti culturali o nazionali, è di nuovo attenuata l'idea di diritti umani e universalità elaborata a Pechino: «né maschile né falsamente neutra, ma fortemente segnata dalla differenza fra i sessi» (Chiara Ingrao) .
Negli anni che ci separano dal 2000, Bush (che in questi giorni, al tramonto della sua era, riceve Ratzinger) si è qualificato nell'ambito delle Nazioni Unite come uno dei maggiori alleati delle politiche vaticane tanto che i rappresentanti da lui designati all'Onu sono quasi esclusivamente fondamentalisti cristiani. Il fronte composto da Bush, Vaticano e alcuni stati islamici in questi anni è riuscito, ad esempio, a negare la pillola del giorno dopo alle donne del Kosovo che sopravvivono a violenze e l'accesso ai profilattici e all'educazione sessuale nell'Africa devastata dall'Aids.
Infine lo status specialissimo del Vaticano presso le Nazioni Unite rende il dibattito fortemente disequilibrato: il Vaticano, oltre a godere di una forte rappresentanza nel settore delle ong, è presente alle Conferenze anche come Stato e ha dunque una doppia possibilità di intervento. Dal pontificato di Paolo VI, quando arriva all'Onu il primo rappresentante pontificio, pur non essendo uno stato membro, il Vaticano assume lo statuto eccezionale di osservatore permanente che gli permette di partecipare ai dibattiti dell'Organizzazione senza avere il dovere di conformarsi ai programmi dell'Onu e, pur non essendo soggetto ai doveri e agli impegni imposti agli stati membri, gode del diritto di voto. La situazione risulta tanto inammissibile che Catholic for a free choice, «organizzazione del popolo cattolico, non della chiesa», dal 1995 dà l'avvio ad una petizione per la revoca di questo particolare statuto di osservatore di cui gode il Vaticano alle Nazioni Unite, ma dal 2000 si organizza una reazione, per lo più tra i repubblicani di Bush, che porta nel 2004 ad una risoluzione Onu, approvata all'unanimità, con la quale il Vaticano ottiene la conferma ufficiale del proprio status presso le Nazioni Unite e la legittimazione per la chiesa di Roma ad essere riconosciuta di fatto come l'unica religione del consesso delle nazioni.

martedì 15 aprile 2008

"Pillola del giorno dopo, legge violata"

"Pillola del giorno dopo, legge violata"

La Repubblica - ed. Milano del 15 aprile 2008, pag. 9

di Oriana Liso

Leggi aggirate, interpretazioni creative. E una rete di centri convenzionati in cui si pratica una "obiezione di struttura" che si traduce nell'impossibilità, per la donna, di far valere i suoi diritti. Le voci della politica commentano così il viaggio di Repubblica negli ospedali milanesi alla ricerca della pillola del giorno dopo. Una ricerca soddisfatta in diverse strutture, ma solo per un colpo di fortuna, come abbiamo scoperto. Perché il numero di medici obiettori in Lombardia è altissimo: sette su dieci non praticano interruzioni di gravidanza e — in una interpretazione estensiva dei diritti degli obiettori — non prescrivono la pillola del giorno dopo, contestandone la classificazione come farmaco per la contraccezione d'emergenza.



Chi lavora sul campo non si meraviglia dei risultati dell'inchiesta. «Le testimonianze che raccogliamo sono proprio queste e riguardano gli ospedali come i consultori», racconta Eleonora Cirant dell'Osadonna, l'Osservatorio sulla salute riproduttiva. «Qui non si tratta di obiezione di coscienza, ma di ostilità alla contraccezione e di aggiramento della legge», attacca il consigliere regionale del Pd Carlo Porcari, che assicura: «Ci attiveremo su questo tema come su quello dell'interruzione di gravidanza, perché le posizioni ideologiche di chi guida questa Regione non si riflettano nell'applicazione della legge». Sulla stessa linea Arianna Censi, consigliere provinciale del Pd con delega alle politiche di genere: «Credo ci sia un furore moralistico insensato, visto che in molti casi la pillola del giorno dopo viene assunta dalle donne solo in via precauzionale: di questo passo si scatenerà una crociata anche sui preservativi».

Esprime perplessità l'assessore comunale alla Salute Giampaolo Landi di Chiavenna, An, perché «bisogna fare chiarezza sul dato scientifico, bisogna depurare i ragionamenti dalle incrostazioni ideologiche su un tema così delicato, e infine serve coerenza tra disposizioni del Governo e delle singole Regioni: senza una risposta univoca della scienza su meccanismi e effetti di questo farmaco si creano queste situazioni, in cui conta la coscienza personale». Punta invece il dito contro il Pirellone Valerio Federico, segretario dei Radicali di Milano: «Una legge regionale permette ai consultori privati accreditati di non garantire le prestazioni in materia di interruzione di gravidanza e di contraccezione». Sul loro sito (www. lucacoscioni.it) i radicali stanno portando avanti una campagna di informazione: «Spieghiamo come denunciare i medici o gli ospedali dove non viene prescritta la pillola del giorno dopo».

Slalom tra le ipocrisie dei medici obiettori

Slalom tra le ipocrisie dei medici obiettori
La Repubblica del 15 aprile 2008, pag. 50

di Corrado Augias

Caro Augias, voglio raccontarle, sperando che serva, la mia esperienza con la pillola del giorno dopo (che molti confondono con la pillola abortiva). Pur non avendone necessità, ho chiesto al mio medico come si sarebbe comportato se gliel'avessi chiesta e lui, che so "peccatore" e anche sostenitore dell'eutanasia, incredibilmente, con argomentazioni pietose, si è dichiarato obiettore. L'ho informato che lo avrei ricusato e l'ho salutato. Mi sono recata nella mia farmacia di fiducia e ho chiesto quale fosse il loro atteggiamento. Mi hanno confermato che in questo caso non hanno intenzione né possibilità di obiettare, quindi continuerò a spendere i miei soldi da loro.

Oggi ho un nuovo medico, scelto facendo prima la domanda fatidica ("è obiettore?") ed ho nel cassetto la famosa pillola e non sarò costretta, nella necessità, a umilianti peregrinazioni per eser­citare un mio diritto, con il rischio che sedicenti obiettori mi facciano perdere tempo in una situa­zione di emergenza. Consiglio a tutte questa procedura, non ci sono spiegazioni da dare, nessuno può accertarsi se abbiate avuto o meno un rapporto a rischio e avrete l'enorme soddisfazione di aver superato le miserie di questo povero Paese che dice di voler rivendicare la propria identità cristiana, mentre riesce solo a mostrare la propria identità ipocrita. Amalia Castelletto



Risponde Corrado Augias: La pillola Norlevo è stata approvata dall'E­tnea, agenzia europea del farmaco, e as­sunta come contraccettivo dall'agenzia omologa italiana. Le norme dell'Unione Euro­pea escludono quindi che si tratti di un farma­co abortivo. A ulteriore conferma giova ripete­re che, in Francia e altri Paesi europei, la pillola del giorno dopo viene distribuita nelle scuole medie, gratis, dai dispensari scolastici. La logi­ca è che si vuole evitare un guaio peggiore, cioè il possibile ricorso ad un successivo doloroso, drammatico, aborto. Per di più nelle istruzioni per l'uso, approvate dalle autorità sanitarie ita­liane, è scritto chiaramente che la pillola non ha effetto se la fecondazione è già in atto.


Il ministro della salute Livia Turco, consultati gli esperti, ha ribadito che la pillola del giorno dopo è "un contraccettivo d'emergenza" preci­sando anche lei che si tratta di uno strumento di prevenzione all'aborto che aiuta una donna a non sentirsi sola in un momento di sicura dif­ficoltà. Il resto è ideologia, dottrina, soprattut­to incapacità di stabilire nella propria coscien­za (a proposito di coscienza) che la prima cosa da valutare è l'angoscia di una donna che sente di non poter affrontare una gravidanza indesi­derata per ragioni sue e solo sue, che nessuno ha il diritto di indagare. Prima della possibile interruzione di pubblico servizio (ci sarà una sentenza il 5 giugno prossimo) c'è il dovere eti­co del medico di aiutare un essere umano in an­gustie. Lui è lì per quello, il resto sono problemi suoi che non ha il diritto di scaricare sul pa­ziente.

Bibbia e Corano contro Darwin

Corriere della Sera 15.4.08
Inedita alleanza fra insegnanti cristiani e musulmani: da Bruxelles parte un'indagine ministeriale
Bibbia e Corano contro Darwin
In molte scuole del Belgio gli insegnanti boicottano l'evoluzionismo
di Luigi Offeddu

BRUXELLES — Charles Darwin ha un suo angolino nei programmi della scuola pubblica belga come in quelli di altre scuole europee, le sue teorie sull'evoluzione della specie e sull'uomo «parente» dell'orango sono materia di studio per tutti i ragazzi dai sedici anni in su. Ma per alcuni dei loro professori di biologia o scienze naturali sono invece bugie, in contrasto con le loro convinzioni personali, bugie non meritevoli di essere insegnate: credono infatti che non l'orango, ma una divinità onnipotente, sia all'origine dell'avventura umana e di tutta la creazione, e questo insegnano ai loro alunni. Sostengono cioè il creazionismo o al massimo la teoria del «disegno intelligente», in opposizione all'evoluzionismo darwiniano. E alla divinità creatrice danno il nome di Dio, o di Allah: perché sono professori cristiani e professori musulmani, per una volta sostanzialmente d'accordo.
Li accomuna, fra l'altro, anche la reazione delle autorità: dopo le proteste di colleghi e di genitori «laici», che parlano di indebita propaganda clericale, il ministero dell'Istruzione ha deciso di spedire ispettori nelle scuole dove più si discute sulle idee del vecchio Darwin, e sulle pagine della Bibbia o del Corano.
Queste scuole sono almeno una sessantina soltanto nella comunità francofona, e sono le stesse dove ora il ministero ha inviato una delegazione formata da tre ricercatori universitari, per studiare quello che sta accadendo. La stessa comunità francofona — che notoriamente non naviga nel-l'oro, ma è assai meno ricca di quella fiamminga — ha stanziato 138 mila euro per l'indagine, secondo quanto riporta il quotidiano «Le Soir»: un'altra conferma di quanto il problema sia sentito.
A discutere, sono soprattutto giovani insegnanti di biologia, fra i quali alcuni «stagisti» giunti dai paesi del Maghreb nordafricano nel quadro dei programmi di cooperazione internazionale. Sarebbero loro, più di tutti gli altri, che avrebbero sentito come un'imposizione dall'alto il dovere di attenersi ai programmi ufficiali, soprattutto nelle parti che riguardano l'origine del mondo vivente. E per loro, non c'è davvero nulla da fare: per loro ha ragione Adnan Oktar meglio noto come Harun Yahya, Harun il turco, l'autore de «L'Inganno dell'evoluzione », dell'«Atlante della creazione », e di altri duecento libri e libelli che bollano l'evoluzionismo di Darwin come «una filosofia disonesta che ha soggiogato moltitudini di esseri umani».
L'anno scorso, proprio alcuni di questi insegnanti portarono nelle aule l'«Atlante della creazione», come corredo di battaglia contro le contestazioni degli alunni e dei colleghi darwinisti. Ne scaturì un putiferio, che fu poi il prologo di quello attuale: l'allora ministro francofono per il dialogo interculturale, l'oriunda siciliana Marie Arena, diffuse una circolare in cui si ammoniva contro l'uso di quel testo, che non era previsto dai programmi ufficiali. Ma a quanto pare, il verbo di Yahya continua a circolare, adottato in qualche caso anche da professori cristiani. Nato ad Ankara 52 anni fa, fondatore di un'associazione accusata di mescolare «il misticismo con la retorica scientifica», Yahya è un personaggio controverso ma con un certo seguito in vari Paesi. Alla fine degli anni Novanta, distribuì in tutta la Turchia migliaia di volantini e di copie gratuite delle sue opere, incitando a una campagna contro l'evoluzionismo che veniva presentato come una dottrina malvagia, assimilabile al nazismo, al materialismo storico, al comunismo staliniano. Allora come oggi, Yahya trovò ascolto anche in qualche università. Sostiene fra l'altro che «i reperti fossili sono forse la prova più importante per demolire le affermazioni della teoria dell'evoluzione, poiché essi rivelano che le forme di vita sulla Terra non hanno avuto il benché minimo cambiamento e non si sono mai sviluppate l'una dall'altra».
Conclusione: per lo studioso turco c'è un «fatto indiscutibile», ed è quello che «gli esseri viventi non sono venuti alla vita attraverso i processi immaginari dell'evoluzione. Ogni essere vivente mai prima esistito sulla Terra è stato creato da Dio».

sabato 12 aprile 2008

«Via la parola Inferno dalla Bibbia» Il vescovo luterano cambia traduzione

Corriere della Sera 12.4.08
Religioni. Il norvegese Bondevik: spaventosa e banale, scriviamo Geenna
«Via la parola Inferno dalla Bibbia» Il vescovo luterano cambia traduzione
di Luigi Offeddu

BRUXELLES — Uno come Urs von Balthasar, il grande teologo e cardinale, a suo tempo disse che l'inferno esiste, ma è vuoto di anime. Ma c'è anche chi, al luogo fiammeggiante della penitenza eterna, ha deciso senz'altro di cambiar nome: è il caso di Odd Bondevik, vescovo luterano e direttore della Società biblistica norvegese, che nella prossima traduzione della Bibbia abolirà proprio la parola «inferno» per sostituirla con «geenna », dall'ebraico ge-hinnom o «valle di Innom» nei pressi di Gerusalemme, che ha poi lo stesso significato, e con questo significato compare in vari passi del Nuovo e dell'Antico Testamento (ma non così spesso come «inferno»). Motivazione del cambio: «inferno», dicono Bondevik e altri biblisti, «sa di Medioevo» è troppo «spaventoso » e insieme «super-banalizzato», per come è usato in continuazione nel linguaggio quotidiano. Insomma: da un lato, sarebbe un termine che fa venire brividi superati e, dall'altro, si dice ormai «va all'inferno» o «quella serata è stata un inferno», in un tono salottiero che farebbe indignare Dante, e forse delizierebbe Mefistofele, storicamente attento a ogni possibilità di mimetizzazione. «Geenna», valle dove — secondo la tradizione — un tempo si bruciavano cadaveri e rifiuti, avrebbe invece un suono meno sconvolgente, e un senso più preciso.
Molti però, sui giornali e sul Web, contestano la tesi di Bondevik, personaggio di peso anche politicamente (è figlio di un noto deputato e cugino di un ex-primo ministro). La contestano, un po' perché «Gehenna» è già il nome di un complesso musicale «black metal». E un po' perché, anche se i veri praticanti sono molti di meno, l'85% dei norvegesi aderisce alla chiesa luterana ed è sensibile a certi temi, non li percepisce come banali. Secondo un sondaggio fatto pochi mesi fa, il 51,6% della popolazione crede in Dio, e il 40,3% nella resurrezione di Cristo: «ma chi crede in Dio e nel paradiso, crede anche nel diavolo e nell'inferno » sostiene uno dei critici di Bondevik.
La polemica è attizzata anche dal momento politico. Fino a due giorni fa, il luteranesimo era la religione ufficiale di Stato, ma ora i 7 maggiori partiti si sono accordati su una modifica alla Costituzione: parole più vaghe, «i valori di base della nostra nazione risiedono nella nostra tradizione cristiana e umanistica». Anche nella vicina Svezia, Mefistofele fa discutere: il caporedattore di un giornale è stato minacciato di morte per aver pubblicato il manifesto di un concerto punk, dove un diavolo balza fuori dalle fiamme e si beffa con gesti osceni di un uomo crocifisso.