domenica 6 aprile 2008

Il miraggio pillola del giorno dopo tra medici obiettori e consultori chiusi

l’Unità 6.4.08
Il miraggio pillola del giorno dopo tra medici obiettori e consultori chiusi
Un´impresa farsela prescrivere nel weekend. Dopo il caso di Pisa, viaggio in asl e ospedali di tutta Italia
di Caterina Paolini

A Roma: "Il bambino potrebbe nascere lo stesso ma deforme" A Napoli: "È un farmaco mortale"

ROMA - Pillola del giorno dopo: un miraggio nei weekend. Quando è un´impresa ottenere la ricetta tra consultori chiusi, medici obiettori ed ospedali gestiti da religiosi come il Galliera di Genova dove il no è la regola. Perché non solo a Pisa il diritto alla pillola, stabilito per legge, viene negato. E comunque se e quando ti fanno finalmente la prescrizione, è una conquista sudata spesso con ore di attesa e umiliazioni. Segnata da giri da un capo all´altro della città chinando il capo davanti a medici obiettori, a gente «che ti guarda e ti fa sentire la persona peggiore della terra. Che ti dice che il bambino potrebbe comunque nascere deforme e con problemi mentali». Ore a insistere con «la paura di essere incinta e l´incubo altrimenti di dover affrontare un aborto», passando per cinque tra ospedali, consultori chiusi, telefonate alla guardia medica. Così racconta Marianna, signora romana che dopo un rapporto non protetto col marito ha attraversato la capitale ricevendo dinieghi a ripetizione. Bussando al Sant´Eugenio e Forlanini prima di avere finalmente la ricetta al Cto Garbatella.
E la sua non è un´eccezione. Lo conferma il viaggio delle croniste di Repubblica nelle maggiori città italiane che hanno avuto attese e risposte diverse nel weekend, quando molti consultori sono chiusi e i medici di conoscenza - tutti possono fare la ricetta senza obbligo di esami o visite - è in vacanza e non si sa a chi rivolgersi. Così c´è chi al Galliera di Genova ha ricevuto un no secco, chi a Palermo è stata mandata in reparto in attesa del ginecologo per la visita, mentre un´altra ragazza a Napoli dopo essersi vista negare da una dottoressa la pillola perché «è un farmaco mortale e io sono contraria anche agli anticoncezionali», ha avuto la prescrizione dopo essere stata informata sui rischi e aver firmato che era la prima volta.
E se a Bologna le guardie mediche sono disponibili 24 ore su 24, e a Bari le croniste hanno ottenuto tre prescrizioni su tre ospedali visitati, a Milano, nonostante la maggioranza di medici obiettori, assicurano di garantire il servizio. Come all´ospedale Sant´Anna di Torino dove si può avere la pillola del giorno dopo in qualsiasi momento, dice il medico Guido Viale. Ed è lì che si rivolgono le donne dopo aver ricevuto rifiuti motivati dall´assenza del ginecologo all´obiezione in altri ospedali cittadini. Di sabato anche a Firenze è faticoso avere la ricetta: solo un consultorio su otto risponde e comunque non c´è il ginecologo. Ospedali e guardie però funzionano: due ore di attesa al Torre Galli, 25 euro di ticket per la ricetta con tanto di farmaco antivomito. Tempi ridotti e prescrizione gratis invece alla guardia medica. Unica spesa gli 11 euro e 20 in farmacia per la pillola.

venerdì 4 aprile 2008

Il ministro Livia Turco: "Non è un farmaco abortivo", "I medici devono tutelare la donna e il servizio va sempre garantito"

La Repubblica 4.3.08
Il ministro Livia Turco: "Non è un farmaco abortivo", "I medici devono tutelare la donna e il servizio va sempre garantito"
di Mario Reggio

ROMA - «La pillola del giorno dopo non è un farmaco abortivo ma è un anticoncezionale e come tale è registrato dall´Emea, l´agenzia europea del farmaco, e dall´Aifa in Italia. Al medico che si rifiuta di prescriverla per motivi di coscienza chiedo di farsi carico della richiesta d´assistenza della donna, non lasciandola sola ed assicurandosi che possa comunque ricevere la prescrizione nell´ambito della struttura sanitaria pubblica e nei tempi opportuni. Perché nessuno deve dimenticare che siamo al cospetto di un´emergenza. E penso che questo sia un dovere professionale del medico, oltre che umano ed etico. Quindi non può tirarsi indietro rispetto alla sua responsabilità che prima di ogni altra cosa è il bene del paziente».
Risponde così alle polemiche il ministro della Salute Livia Turco.
Come mai in questi due anni di governo non siete stati in grado di evitare che si verificassero casi come quelli di Pisa e Firenze?
«Intanto dobbiamo sapere che nessuna legge può obbligare un medico a prescrivere un farmaco o una terapia di cui non è convinto. E proprio per evitare che questi fatti si ripetano abbiamo predisposto un atto di indirizzo per la piena applicazione della legge 194, condiviso da tutte le Regioni tranne la Lombardia e la Sicilia, nel quale è scritto che la prescrizione della contraccezione di emergenza sia ovunque garantita, oltre che nei consultori, anche nei pronto soccorso ospedalieri e nelle guardie mediche. E inoltre che le Regioni devono assicurare la presenza di almeno un medico non obiettore in ogni distretto sanitario».
E il medico che dichiara in "scienza e coscienza" di non voler prescrivere il farmaco d´urgenza?
«Penso abbia il dovere di dialogare con la donna, tranquillizzandola, individuando la struttura pubblica in grado di dare una risposta appropriata e tempestiva alla sua richiesta. Evitando così il rischio di peggiori conseguenze come l´aborto».
Ma lei non è intervenuta sui casi di Pisa e Firenze. Perché?
«Sono intervenute, come di competenza, la Regione e le Asl».
Lei ha scritto una lettera al presidente della Federazione degli Ordini dei medici.
«Per ribadire i concetti che ho esposto e perché abbiamo il compito di contemperare in modo laico il diritto della donna ad una prestazione sanitaria garantita dalla legge e quello del medico ad opporsi quando la richiesta contrasta con la sua coscienza, come previsto dal codice deontologico. Non può essere la magistratura a dover dirimere problemi come questo».

"No alla pillola del giorno dopo" Pisa, la Procura apre un´inchiesta


La Repubblica 4.3.08
"No alla pillola del giorno dopo" Pisa, la Procura apre un´inchiesta
Asl, verso le sanzioni."Avvenire":"Legittimo rifiutare"
di Maurizio Bologni

FIRENZE - La procura di Pisa apre un´inchiesta per la pillola del giorno dopo rifiutata a due ragazze e intanto da Firenze arriva via mail a Repubblica la segnalazione di un caso analogo: «Ho telefonato alla guardia medica del mio quartiere, hanno rifiutato la prescrizione e mi hanno detto di rivolgermi altrove». Anche questa denuncia, come a Pisa, tira in ballo non un singolo medico ma un intero servizio pubblico di guardia medica. Quando è così, le cose si complicano, come ha ribadito ieri il ministro della sanità Livia Turco in una lettera alla Federazione nazionale dei medici. Occorre «che la prescrizione della contraccezione d´emergenza sia garantita, oltre che nei servizi consultoriali, anche nei pronto soccorso e nelle guardie mediche, prevedendo la presenza di almeno un medico non obiettore in ogni distretto sanitario».
Prende spunto dai casi di Pisa L´Avvenire di ieri per difendere la libertà di scelta dei medici. Sui fatti di questi giorni, in particolare, il giornale dei vescovi minimizza: li definisce «di rilievo limitato, ma occasione per alcuni laicisti per riaprire polemiche stantie, accusare i cattolici di oscurantismo, stigmatizzare i medici obiettori».
Antonio di Bugno, che svolge le funzioni di capo della procura a Pisa, ha invece aperto un´inchiesta sulla base degli articoli di stampa: l´ipotesi di reato potrebbe essere interruzione di pubblico servizio. Mentre i vertici della Asl pisana, che ieri hanno sentito i due medici indicati come autori del rifiuto, concluderanno entro la settimana l´indagine interna. Eventuali contestazioni potranno essere utilizzate in fase di processo penale, come prove per una condanna, o in fase disciplinare presso l´ordine: i medici rischiano la sospensione.
I casi risalgono alla vigilia di Pasqua e alla notte tra mercoledì e giovedì di una settimana fa. A Pasqua una ventenne, con il fidanzato, va alla guardia medica del quartiere «I Passi» e trova un cartello che dice «qui non si prescrive la pillola del giorno dopo. Rivolgersi al proprio medico, pronto soccorso, ginecologia, consultorio, qualsiasi medico privato». Nel secondo caso una ragazza denuncia di aver ricevuto dinieghi di prescrizione dal pronto soccorso dell´ospedale Santa Chiara oltre che dalla guardia medica. La Asl però assolve il pronto soccorso dove «la pillola è stata somministrata in entrambi i casi». Resta il comportamento delle due guardie mediche che ieri sono state sentite dal direttore sanitario dell´Asl 5 Rocco Damone e che hanno prodotto una relazione difensiva. Damone vuole in particolare valutare se i dottori hanno violato gli articoli 22 e 36 del codice deontologico: il primo consente al medico di non prestare la propria opera se in contrasto con le proprie convinzioni ma gli impone di informare l´utente su come godere del servizio, mentre il secondo subordina l´obiezione di coscienza all´emergenza (il farmaco va somministrato entro 12 ore e non oltre 72 ore dal rapporto e - precisa il foglietto delle istruzioni - non interrompe gravidanze in atto ndr).

A Bologna libertà violata ma non dalla frittata antiFerrara

A Bologna libertà violata ma non dalla frittata antiFerrara
Liberazione del 4 aprile 2008, pag. 1

di Gaia Maqui Giuliani
Violenza simbolica vs. violenza fisica. La violenza simbolica è quella di frasi dette, nelle trasmissioni, nei talk show, sulle pagine de Il Foglio , ripetute, ostentate e poi urlate durante il comizio di ieri a Bologna. Frasi che suonano come «vi piacciono un miliardo di aborti?», «noi siamo per una cultura della vita e non della morte». Frasi che scatenano la rabbia e lo sgomento nelle persone che hanno vissuto l'esperienza dell'aborto, o l'hanno vissuta in seconda persona come madri, amiche, sorelle, figlie. Come compagni, fratelli, padri, amici. Una violenza simbolica che appare insopportabile, perché continuamente amplificata da una serie di attori sociali che non si limitano al duetto Giuliano Ferrara e Giovanni Salizzoni (capolista emiliano di "Aborto? No, grazie"), ma che vanno dal pontefice al prete nella parrocchia locale, dall'operatore del Movimento per la vita nel consultorio, al personale scolastico, convinto che l'educazione sessuale e l'informazione sui contraccettivi siano un "tabù" e che la scuola non sia il luogo adatto per un discorso serio sulla prevenzione.
Una violenza simbolica e discorsiva che poi diviene violenza reale, con conseguenze pesanti sulla vita delle persone, quando, all'occasione, l'obiettore di coscienza rende impossibile il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza o l'assunzione dell'RU486, o quando l'amministrazione locale non apre o dismette i consultori territoriali, lasciando le donne da sole.
Violenza intesa come impossibilità a scegliere, come negazione dell'ultima scialuppa di salvataggio a chi, malcapitata, non ha potuto o non è riuscita a tutelarsi da una gravidanza indesiderata o capisce di non essere abbastanza forte da mettere al mondo una creatura con problemi fisici e mentali.
Questa violenza, che disciplina corpi e pensieri, che mortifica e colpevolizza chi sceglie di non diventare madre buttandole addosso l'accusa di "omicidio" e paragonando la sua azione alla pena di morte è stata accolta, ieri in Piazza Maggiore a Bologna, da una "violenza" caotica ma compatta, fatta di urla, mani alzate con indici e pollici a forma di vagina, e lancio di pomodori e uova. Una "violenza" tumultuosa, sgangherata talvolta, fatta di disorganizzazione e spontaneità. E, se anche c'era stato un progetto di contestazione, rimbalzato nelle liste on-line e in un'assemblea che aveva chiamato a raccolta spazi sociali autogestiti e alcuni gruppi di donne, le transenne che circondavano la piazza - innalzate come se si trattasse di bloccare l'assalto dei lebbrosi al palazzo di cristallo - rendevano quello stesso progetto tutt'altro che ben organizzato.
La Rete delle donne di Bologna, e tutti i collettivi e le realtà femministe e lesbiche che ad essa fanno riferimento, non aveva ritenuto giusto dare al duetto antiabortista alcuna possibilità di accrescere, mediante la contestazione, una visibilità che altrimenti si sarebbe concretizzata in quattro anziani, i classici quattro astanti che chiacchierano di politica di fronte alla basilica di San Petronio. E avevano visto giusto: lasciar rimbombare nel vuoto di una piazza deserta quelle frasi intimidatorie rivestite da retorica salva-vita sarebbe stato forse lo smacco più grande. Piuttosto, la Rete, che lo scorso 8 marzo aveva portato in piazza quattromila persone, avrebbe desiderato costruire, con alcuni dei soggetti presenti alla contestazione, un percorso di lotta duraturo e condiviso e non un'azione schiacciata sull'evento della presenza del duetto a Bologna. Ma molti non hanno resistito e sono andati comunque a contestare o solo a dare un'occhiata. Erano soprattutto uomini, e uomini eterosessuali, e tra le donne, la maggior parte erano ragazze molto giovani. A quella "violenza" caotica ha risposto una violenza che faceva e fa il paio, perfettamente, con la violenza epistemica del discorso antiabortista: quella dei poliziotti sotto il palco e dei carabinieri nella adiacente Piazza del Nettuno. I primi, così come i secondi, hanno caricato a freddo, una, due, tre volte, colpendo chi, armato di pomodori e bottigliette d'acqua, come le ragazze-mignon in prima fila sotto al palco, si è accasciato sotto i colpi dei manganelli dei poliziotti-armadio.
In tal senso la libertà di espressione non è stata violata nel senso descritto da Miriam Mafai sulle colonne del quotidiano La Repubblica : alla presenza del duetto antiabortista, è corrisposta infatti una contestazione non solo prevista, ma voluta dagli stessi organizzatori del comizio. Basti dire che l'ufficio stampa di "Aborto? No, grazie" aveva mandato una email nella lista della Rete delle donne di Bologna, perché voleva, pretendeva, che vi fosse contestazione. Per questo alcuni gruppi femministi avevano deciso di fare altro, come ripetere l'azione "Adotta un consultorio" e affiggere, la notte prima, sui muri della città delle vignette con "pensierini" in difesa dell'autodeterminazione delle donne. Piuttosto quella stessa libertà è stata "ripartita in modo diseguale": picchiare persone con il manganello rovesciato in risposta ad una frittata fatta di urla, uova e pomodori dovrebbe far riflettere sulle modalità d'accesso (differenziato) alla libera espressione e sul livello di esasperazione che aleggia nel Belpaese e che è diretta conseguenza della (considerata lecita) violenza simbolica del continuo attacco alle conquiste delle donne.

giovedì 3 aprile 2008

Elezioni, la laicità non è più in programma

Elezioni, la laicità non è più in programma

Il Manifesto del 3 aprile 2008, pag. 11

di Raffaele Carcano

Come già due anni fa, l'Uaar ha studiato i programmi elettorali per estrarne quei passaggi che trattano di laicità e di religione: il documento che li raccoglie è stato poi pubblicato sul nostro sito internet, a disposizione di chiunque voglia votare avendo presente come i partiti intendono affrontare questi argomenti.



Il risultato è stato quasi lineare: passando dall'estrema destra all'estrema sinistra il tasso di laicità aumenta progressivamente. Se i programmi di Forza nuova, Mis e La destra sono densi di accenni all'identità cattolica e di critiche alle rivendicazioni Glbtq quasi al limite dell'emofobia, quello del Popolo della libertà «limita» la propria attenzione per le istanze cattoliche al-l'esplicitazione del no all'eutanasia e alla promessa di sostenere gli oratori, le scuole e i consultori privati. Per contro, la Sinistra Arcobaleno pone in evidenza la scuola pubblica e la libertà religiosa, chiedendo l'introduzione della pillola RU 486, una legislazione per le convivenze, politiche a favore della contraccezione, la revisione della legge 40 e il divorzio breve: Sinistra critica e Pel accentuano questa impostazione proponendo la tassazione dei beni ecclesiastici. Nel mezzo sta il Partito democratico, che promette diritti alle persone stabilmente conviventi, accenna al testamento biologico e ribadisce il sostegno alla legge 194. A parte un accenno alla creazione di un hub religioso mediterraneo, il resto del programma veltroniano è privo di riferimenti sia alla laicità, sia al mondo cattolico.



La linearità dello schema è dunque interrotta solo dall'Udc, che supportando la moratoria sull'aborto scavalca a destra il Pdl, e dal Partito socialista, che scavalca a sinistra anche Sa con il suo impegno a intervenire sull'otto per mille e sull'Ici alla Chiesa.



Non c'è molto altro: nessun programma chiede l'abrogazione del concordato, la legalizzazione dell'eutanasia, uno stop all'obiezione di coscienza sull'aborto.



Il confronto con i programmi di due anni fa permette di rilevare la dinamica sottostante alle scelte odierne: la rottura con le formazioni più piccole ha generato una «sterilizzazione» laica o religiosa dei programmi di Pdl e Pd, con l'espunzione del riferimento alle radici giudaico-cristiane che compariva nel programma della Cdl (ora fatto proprio dall'Udc) e dei riferimenti all'affermazione della laicità - in particolare nella scuola pubblica - e alla necessità di una legge sulla libertà religiosa contenuti nel programma dell'Unione (ora appannaggio di Sa e Ps). Punti, questi ultimi, che avevano sollevato le critiche della delegazione Cei durante l'audizione parlamentare dello scorso 16 luglio, e che il Pd sembra aver fatto proprie. I programmi dei due maggiori partiti dedicano ai temi laici quasi lo stesso spazio riservato alle intercettazioni telefoniche: come se laicità e religione fossero entrambe tematiche da cui si ricavano più problemi che consensi, e quindi da sfumare fino al livello minimo di accettabilità da parte del proprio elettorato.



I molti commenti postati dai nostri navigatori hanno riservato poca attenzione al programma del Pdl (forse perché ci si aspettava di peggio). La Sinistra Arcobaleno è spesso oggetto di critiche per il suo mancato impegno contro l'esenzione lei alle chiese: in passato al momento del voto, ora all'interno del programma. D'altra parte, anche la bizzarra proposta di una candidatura a Mastella ha raffreddato parecchio il favore nei confronti del Partito socialista: non sorprende che, secondo un nostro piccolo sondaggio, oltre un terzo dei navigatori ha manifestato l'intenzione di non andare a votare.



La questione su cui la discussione è più accesa riguarda l'utilità di un voto laico al Pd: c'è chi sostiene che il voto al Pd è l'unico in grado di impedire una deriva clericale, e c'è chi ribatte che il rischio diventa reale proprio votando un partito non laico come il Pd. L'ambiguità sulla reale natura del Pd sembra iscritta negli stessi cromosomi del partito, e non è stata fugata dall'ascesa a leader di Walter Veltroni, un uomo che da sindaco di Roma ha avuto comportamenti altrettanto ambigui e sfuggenti, dedicando a Giovanni Paolo II la stazione Termini e ostacolando la creazione di un registro delle unioni civili. Il Pd è nato cercando di unire Piergiorgio Odifreddi e Paola Binetti: un obbiettivo ambizioso, probabilmente troppo ambizioso. Nel frattempo, è stato Odifreddi quello che ha fatto le valige.

NOTE

segretario dell'Unione atei agnostici razionalisti

Marino: su eutanasia e testamento biologico

Marino: su eutanasia e testamento biologico

Avvenire del 3 aprile 2008, pag. 35

di Ignazio Marino
Caro Direttore, ho letto con amarezza l’articolo di Giovanni Lazzaretti (in realtà si tratta del contributo di un let­tore, ndr), in cui l’autore si rife­risce al mio progetto di legge sul testamento biologico definen­dolo davvero a torto 'eutanasi­co'. Chi ha letto, anche distrat­tamente, la mia proposta e co­nosce le mie convinzioni in me­rito sa che non vi è alcun lega­me, neanche remoto, con l’eu­tanasia. Personalmente sono sempre stato contrario all’euta­nasia. Professionalmente ho sempre creduto che la missione della medicina sia quella di so­stenere in ogni caso la vita e al­leviare la sofferenza, mai procu­rare la morte. Molti ricorderan­no che nel maggio del 2000 mi sono rifiutato di eseguire un in­tervento chirurgico che avrebbe diviso due gemelline siamesi sa­crificandone una in favore del­l’altra. Erano due persone di­stinte, in grado di riconoscere la madre, unite da un solo cuore e da un solo fegato. Mi parve allo­ra inaccettabile poter soppri­mere una vita a vantaggio di un’altra, e non ho cambiato i­dea. Tornando al testamento biologico, sento di avere il dirit­to e il dovere di replicare per spiegare ancora una volta la na­tura della mia proposta. Il testa­mento biologico è un docu­mento con cui ognuno di noi può indicare quale tipo di cure ritiene accettabili e proporzio­nate per se stesso, nel caso in cui si trovi nella impossibilità di e­sprimere la propria volontà. La tecnologia consente oggi di pro­lungare oltre l’umana tollerabi­lità condizioni di agonia e non reversibili come lo stato vegeta­tivo permanente, senza offrire alcuna speranza di recupero del­l’integrità intellettiva del pa­ziente. È allora che dobbiamo chiederci se l’utilizzo di tutta la tecnologia disponibile sia sem­pre auspicabile. C’è un punto ol­tre il quale non si può far altro che accettare il naturale soprag­giungere della fine della vita. Lo spiega con parole chiarissime lo stesso Catechismo della Chiesa cattolica, dove si legge che «non si vuole così procurare la morte, si accetta di non poterla impe­dire ». Per questo credo sia giusto lasciare ad ognuno la possibilità di esprimere la propria volontà in un documento. Troppe volte, da medico, ho assistito al dolo­re di familiari in difficoltà che ri­petevano: «se almeno mi avesse detto cosa avrebbe deciso»; «se ne avessimo parlato almeno u­na volta». Già oggi è riconosciu­to il diritto di prestare o rifiuta­re il proprio consenso ad un trat­tamento sanitario. Un diritto che ogni giorno trova applicazione concreta attraverso il meccani­smo del consenso informato, in virtù del quale nessuno può es­sere sottoposto ad un interven­to o ad un esame diagnostico senza aver dato il proprio as­senso. Il testamento biologico, facoltativo e non obbligatorio, può costituire lo strumento per estendere nel tempo l’esercizio di questo diritto al momento in cui ci si trovi nella impossibilità di esprimere la propria volontà. Ritengo che sia utile e necessa­rio offrire l’opportunità, a quan­ti lo vogliano, di scegliere le te­rapie che si ritengono accetta­bili. In questo modo ognuno di noi potrebbe pronunciarsi in piena libertà e consapevolezza, ed esercitare in autonomia la li­bera scelta delle cure come in­dicato dalla Costituzione. Que­sti, e non altri, sono i termini del­la mia proposta. È evidente a chi legge e voglia comprendere che non vi è nulla che richiami nean­che lentamente l’eutanasia. I­noltre, nella stagione finale del­la vita e nelle malattie termina­li, io sono convinto che debba essere moltiplicata la disponi­bilità delle cure palliative e del­le terapie del dolore necessarie ad affrontare la sofferenza. Nes­sun malato, nemmeno nel ca­so più grave e disperato, può mai essere lasciato solo. Mi hanno dunque stupito le paro­le usate sul suo giornale da chi, o non conosce le mie proposte e il mio pensiero o, se li cono­sce, li fraintende profonda­mente. E non so dire, sincera­mente, se si tratti di un auten­tico equivoco o del tentativo di orientare il lettore verso una te­si ben definita.

NOTE

chirurgo, presidente Comm. Sanità del Senato

mercoledì 2 aprile 2008

«Pillola del giorno dopo? Mai»: Medici sotto inchiesta

L' Unità 02.04.2008
«Pillola del giorno dopo? Mai»: Medici sotto inchiesta
Pisa, a due ragazze niente farmaco contraccettivo
«Interruzione di servizio pubblico». La Asl: l’abbiamo somministrata
di Sonia Renzini
PENSAVANO di risolvere la paura di una gravidanza indesiderata con una corsa al Pronto soccorso. Magari, sperando di trovare il conforto di un medico che facesse svanire quell’ansia e quel vortice frenetico dei pensieri che girano cercando di definire le dimen-
sioni di quella carenza di precauzioni.
Invece, per due ragazze di Pisa, accompagnate rispettivamente dal fidanzato e dall’amica in tutta fretta a chiedere la pillola del giorno dopo, ci sono state solo porte sbattute in faccia. La prima alla vigilia di Pasqua, presso la guardia medica del villaggio “I passi”. Sulla porta, un cartello appeso non lascia spazio ai dubbi. «Presso questo ufficio non viene prescritta la cosiddetta pillola del giorno dopo», c’è scritto. La ragazza, studentessa di 20 anni, è disperata. «Erano le 2 di notte - racconta al Tirreno - non potevo trovare né il mio medico, né il mio ginecologo».
Decide di andare direttamente al Pronto soccorso, ma la situazione non cambia: il medico di guardia è obiettore di coscienza, di prescrivere la pillola non se ne parla. Non resta che apettare le 6 del mattino per ricevere il farmaco. Intanto, le ore trascorrono e con loro il rischio che il farmaco perda di efficacia, le paure della ragazza invece di diminuire aumentano. Pochi giorni dopo, lo stesso calvario viene rivissuto da un’altra giovane donna. Nella notte tra mercoledì e giovedì scorso va al Pronto soccorso dell’ospedale Santa Chiara insieme a un’amica, ma ci sono troppe emergenze, meglio ripiegare sulla guardia medica. Niente da fare. Al telefono qualcuno fa sapere che nessuno lì darà mai la pillola. Solo l’aiuto di un medico, parente dell’amica, svegliato in piena notte, risolve la situazione. La vicenda ripropone il problema dei medici obiettori di coscienza sollevato più volte a proposito della legge 194. Qui, però il problema è più grave. L’obiezione di coscienza riguarda l’interruzione di gravidanza, ma la pillola del giorno dopo è un anticoncezionale, non un farmaco abortivo. Il paradosso è che tutto questo avviene nella stessa Asl che è stata l’avamposto toscano e nazionale per l’uso della pillola abortiva Ru486, visto che è la prima sperimentazione è stata fatta nell’ospedale di Pontedera.
Sulla vicenda ora indaga la magistratura. L’ipotesi è interruzione di pubblico servizio. Anche la Asl 5 di Pisa ha avviato un’indagine interna. «Non avevamo idea che ci fossero medici di guardia che rifiutano la somministrazione della pillola del giorno dopo - fanno sapere dalla Asl 5 - Anche perché non hanno mai dichiarato di essere obiettori. Oltretutto, l’obiezione non riguarda gli anticoncezionali». In serata la precisazione: «La pillola è stata soministrata in entrambi i casi. Risulta da un controllo sui registri di accesso il 22 e il 23 marzo. La prestazione rientra nei cosiddetti codici bianchi e dunque se l’ambulatorio è chiuso bisogna aspettare che vengano smaltite le urgenze. Dalle verifiche non risulta che nessuno dei medici abbia detto di rivolgersi altrove, solo di aspettare il loro turno». Intanto il ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Fioroni aveva ribattuto la libertà di coscienza dei medici è sancita nella Costituzione: «Le inchieste sui valori incostituzionali mi sembrano fuori luogo». Una delibera del Consiglio regionale toscano del 27 febbraio mette nero su bianco: «rifiutare di fornire la pillola del giorno dopo è un’interruzione di pubblico servizio»